Lavoro domenicale? No grazie.
“Oggi nell’hinterland milanese un gruppo di operai licenziati ha manifestato simbolicamente andando in un supermercato, riempiendo i carrelli e pretendendo di non pagare la spesa. Ecco, credo che da questa protesta in realtà possa nascere una discussione reale. Se un operaio è stato lincenziato e se appartiene ad una famiglia monoreddito (il suo, che non ha nemmeno più) deve pretendere che la spesa sul serio non paghi, e non solo per protesta.
Tutto era pronto a partire per lo spettacolo di Falstaff , al teatro Farnese di Parma . Il pubblico si era già accomodato in platea, la campanella era già suonata, l’orchestra si era già seduta. Ma il vero spettacolo, per i primi dieci minuti, l’hanno fatto i lavoratori del Teatro Regio di Parma : in 50 sono saliti sul palco, hanno appeso uno striscione e hanno letto un comunicato di protesta per la loro condizione lavorativa
“Noi senza Magli non ci stiamo”.
“Noi senza Magli non ci stiamo”. Appare chiaro e limpido lo slogan dei lavoratori dello storico calzaturificio bolognese Bruno Magli che, ormai da più di un mese, stanno lottando contro la chiusura dello stabilimento di via Larga .
Gli operai della Ferrari si fermano al pit stop , scioperano e ora attendono una risposta dall’azienda guidata da Luca Cordero di Montezemolo . Niente straordinari e otto ore di astensione dal lavoro a partire da lunedì prossimo.
Ieri sono stato insieme a Maurizio e Enzo davanti allo stabilimento Fiat di Termini Imerese ad un’assemblea, dopo 10 giorni di sciopero, di lavoratrici e lavoratori della Fiat e del suo indotto. Un’assemblea partecipata e piena di emozioni ed orgoglio come solo i lavoratori metalmeccanici del sud sanno esprimere.
Clicca qui per vedere il video incorporato.
Da 60 giorni sono in sciopero con un presidio davanti alla fabbrica, da ieri aspettano a Roma con un sit-in di fronte alla Camera dei deputati l’incontro di oggi pomeriggio con governo, sindacati e Fiat. In 695 rischiano il posto di lavoro più gli operai dell’indotto (quasi 2 mila)
I governi tirannici intravvedono in ogni atto umano un potenziale rivoluzionario. È successo che in Cina sia stata vietata la parola ‘gelsomino’ (che pure è il fiore nazionale) altrimenti evocativa delle rivolte nordafricane. Succede che in Bielorussia sia dal luglio scorso vietato applaudire , tranne che ai veterani di guerra. Così, anche i superbi discorsi di Lukashenko (faro della democrazia secondo il nostro primo ministro) terminano nel silenzio assoluto, pena l’arresto, se recidivi. Come mai si è arrivati a cotanto rigore?